Lupus anticoagulant e fumo: rischio ictus per le giovani donne
Scienziati olandesi hanno scoperto che le giovani donne che sono positive al lupus anticoagulant (LA), soprattutto se fumano e assumono contraccettivi orali, sono maggiormente esposte al rischio di ictus e infarto.
Secondo gli scienziati, la sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS), cui è associato il LA, è un fattore di rischio acquisito per la trombosi arteriosa.
I ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti da uno studio di controllo sulla popolazione chiamato RATIO (Risk of Arterial Thrombosis in relation to Oral Contraceptives): 1.000 donne di età inferiore ai 50 anni, tra cui soggetti di controllo sani (628) e donne colpite da infarto o ictus (378).
Il gruppo di lavoro ha concluso, confrontando i risultati con quelli del gruppo di controllo, che il rischio di ictus è di 43 volte superiore nei soggetti positivi al lupus anticoagulant e che negli stessi soggetti il rischio di essere colpiti da infarto è di 5 volte superiore. Le donne che presentavano positività al lupus anticoagulant che assumevano contraccettivi orali, come anche le donne fumatrici nella stessa condizione, avevano un rischio di essere colpite da ictus o infarto ancora maggiore, raggiungendo in alcuni casi un rischio fino a 200 volte superiore.
Articolo di riferimento:
Urbanus, Rolf T, et al., Antiphospholipid antibodies and risk of myocardial infarction and ischaemic stroke in young women in the RATIO study: a case-control study, Lancet Neurology, pubblicato online il 25 settembre 2009
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Fonte: Notiziario CORDIS
Rivaroxaban: dall’estate un nuovo farmaco per il tromboembolismo venoso
Sarà in commercio in Italia da quest’estate con l’indicazione nella prevenzione del tromboembolismo venoso (TEV) in chirurgia ortopedica protesica maggiore di anca e ginocchio il rivaroxaban, un nuovo farmaco, a somministrazione orale, che ha dimostrato di essere efficace nel ridurre il rischio tromboembolico nella trombosi venosa profonda ed ha la potenzialità di rivoluzionare anche la terapia dei pazienti a rischio tromboembolico nella fibrillazione atriale.
La nuova molecola potrebbe quindi garantire importanti vantaggi anche alle persone con fibrillazione atriale: i pazienti colpiti da questo disturbo non dovrebbero piú sottoporsi a controlli frequenti per aggiustare la dose e avrebbero a disposizione un anticoagulante orale efficace in dose fissa.
Fonte: Sanitànews
Aggiornamento del 23 Aprile:
NICE ha pubblicato le linee guida per l’uso del rivaroxaban per la prevenzione del tromboembolismo venoso in pazienti sottoposti a sostituzione protesica totale dell’anca o del ginocchio.
Leggi le linee guida
Fonte: NICE
Aggiornamento del 5 Maggio:
E’ stato pubblicato su Lancet un articolo che riporta i risultati del trial randomizzato RECORD4, in cui sono state messe a confronto la terapia a base di rivaroxaban e quella a base di enoxaparina per la prevenzione del tromboembolismo venoso dopo un’artroplastica totale del ginocchio. I risultati confermano la maggiore efficacia del rivaroxaban.
Articolo di riferimento:
Alexander GG Turpie, Michael R Lassen, Bruce L Davidson, Kenneth A Bauer, Michael Gent D, Louis M Kwong, Fred D Cushner, Paul A Lotke, Scott D Berkowitz , Tiemo J Bandel, Alice Benson, Frank Misselwitz, William D Fisher and for the RECORD4 Investigators, Rivaroxaban versus enoxaparin for thromboprophylaxis after total knee arthroplasty (RECORD4): a randomised trial, The Lancet, In Press, Corrected Proof, Available online 4 May 2009
Leggi l’articolo completo (solo per utenti dell’Università di Firenze)
Fonte: Lancet
Aggiornamento del 14 Luglio:
Il rivaroxaban è da poco disponibile negli ospedali italiani; il regime di rimborsabilità (in fascia H) è stato stabilito dalla determina pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’8 luglio 2009.
Il farmaco, in formulazione orale e in monosomministrazione giornaliera, ha un’azione anticoagulante prevedibile, efficace e ben tollerata e, per questo, ha le potenzialità per diventare il trattamento standard nella prevenzione della trombosi venosa profonda e dell’embolia polmonare
Fonte: Sanità News
Gestione Sanitaria del Paziente con Emorragia SubAracnoidea (ESA) per rottura di Aneurisma Intracranico: il Ministero approva il documento
Il Ministero ha approvato il documento “Gestione Sanitaria del Paziente con Emorragia SubAracnoidea (ESA) per rottura di Aneurisma Intracranico”, nato con lo scopo di migliorare la prognosi di pazienti affetti da ESA.
Leggi l’intero documento
Fonte: Ministero della Salute
Collaborazione ISS e NIH: pubblicate le relazioni conclusive dei progetti
Sono state pubblicate in un rapporto bilingue le relazioni conclusive dei progetti, frutto della collaborazione tra l’Istituto Superiore di Sanità e il National Institute of Health, eseguiti dal 2003.
Il rapporto è redatto in italiano e in inglese ed è organizzato in quattro sezioni: Tumori, Neuroscienze, Malattie cardiovascolari, Malattie infettive.
Leggi il rapporto completo
Fonte: ISS
Atorvastatina e angioplastiche: presentati i risultati preliminari di Armyda-Recapture
Sono stati presentati dal prof. Germano Di Sciascio al Summit i2, nell’ambito dell’annuale sessione scientifica del 58° Collegio Americano di Cardiologia, in corso a Orlando (Florida), i risultati preliminari dello studio ARMYDA-RECAPTURE (Atorvastatin for Reduction of Myocardial Damage During Angioplasty-Acute Coronary Syndromes).
I risultati hanno mostrato che la somministrazione di atorvastatina prima del PCI riduce del 48% il rischio relativo di eventi cardiovascolari avversi, compreso l’infarto, in pazienti in terapia cronica con statina, rispetto al campione trattato con placebo.
Gli studi ARMYDA avevano già evidenziato come un pre-trattamento di breve durata con atorvastatina dia luogo a una riduzione del rischio di infarto in pazienti con angina stabile o con sindromi coronariche acute che non abbiano mai fatto uso di statine. Lo studio ha interessato 352 pazienti di età compresa tra i 57 e i 75 anni (di cui 280 uomini), con angina stabile (54%) o con sindrome coronarica acuta senza elevazione di ST (46%), in terapia cronica con statine (nel 55% dei casi con atorvastatina).
Fonte: SanitàNews
Rosuvastatina aiuta a prevenire i rischi cardiaci anche in persone sane
Pillole a base di ‘rosuvastatina‘ – spiega un nuovo studio studio interrotto anticipatamente per l’evidenza dei suoi risultati – possono dimezzare i pericoli di infarto e di ictus in pazienti con livelli di colesterolo normale, ma con un ‘marker’ che indica livelli di infiammazioni piu’ alti della norma nel sangue.
Un banale esame del sangue puo’ rivelare la presenza del ‘hscrp‘ (‘proteina c reattiva ad alta sensibilita’) nei pazienti: quando questo fattore e’ presente in 2 mg o piu’ per litro di sangue il tasso di infiammazione viene considerato ‘alto’ e – in base ad una serie di nuove analisi – un fattore di rischio cardiaco.
Lo studio è stato condotto su 18000 pazienti, in età compresa tra i 50 e i 60 anni, apparentemente in salute, con livelli di colesterolo normale ma un’elevata presenza di ‘proteina c reattiva’ (dai 2 mg in su’ per litro) nel sangue: a 9000 pazienti sono stati somministrati placebo, agli altri 9000 rosuvastatina con vantaggi talmente evidenti che il trial JUPITER (Justification for the Use of Statins in Prevention: an International Trial Evaluating Rosuvastatin) è stato chiuso in anticipo, proprio per l’evidenza dei risultati.
Articolo di riferimento:
Paul M Ridker, Eleanor Danielson, Francisco A.H. Fonseca, Jacques Genest, Antonio M. Gotto Jr, John J.P. Kastelein, Wolfgang Koenig, Peter Libby, Alberto J. Lorenzatti, Jean G. MacFadyen, Borge G. Nordestgaard, James Shepherd, James T. Willerson, Robert J. Glynn for the Jupiter Study Group, Rosuvastatin to prevent vascular events in men and women elevated C-reactive protein, NEJM, Published online November 9
L’articolo sarà disponibile settimana prossima sulla piattaforma Ovid (solo per utenti dell’Università di Firenze)
Fonte: Cybermed
Aggiornamento del 10 Marzo 2009:
Una nuova analisi dei risultati dello studio JUPITER, focalizzata sull’ictus, mostra che la rosuvastatina 20 mg è in grado di dimezzare il rischio di eventi cardio-cerebro vascolari, tra cui l’ictus, riducendone l’incidenza del 48%, con significatività statistica (p = 0,002) rispetto al placebo, negli uomini e nelle donne che, pur avendo livelli di colesterolo normali, hanno tuttavia livelli elevati di hsCRP.
Fonte: SanitàNews
Riduzione della trombosi venosa nei malati di cancro
Utilizzare farmaci antitrombotici prima di sottoporsi alla chemioterapia riduce i rischi di trombosi venosa. Sono queste le conclusioni a cui è giunto il piu’ ampio studio al mondo sull’efficacia dei farmaci contro i trombi nei pazienti malati di cancro. L’autore Giancarlo Agnelli, ematologo dell’universita’ di Perugia, lo ha presentato al 50° Congresso dell’American Society of Hematology (Ash), che si chiude oggi a San Francisco. Lo studio multicentrico, condotto su ben 1.166 pazienti con tumore in fase avanzata ai polmoni (279), colon (235), seno
(165), ovaie (143), stomaco (98), retto (87), pancreas (53), testa e collo (36) e in altri distretti (54) ha voluto misurare l’efficacia della nadroparina. Ad alcuni pazienti e’ stato somministrato il farmaco, ad altri un placebo. Il trattamento e’ iniziato in coincidenza con il primo ciclo di chemioterapia, ed è stato prolungato per un massimo di 4 mesi. Solamente 16 dei 769 malati trattati con la nadroparina ha avuto un qualche caso di trombo venoso (2,1%), rispetto ai 15 dei 381 pazienti a cui era stato dato il placebo (3.9%). Inoltre il farmaco e’ apparso sicuro, visto che una percentuale molto bassa (0,7%) di malati ha sperimentato perdite di sangue. Un altro importante dato messo in evidenza dalla ricerca italiana riguarda il fatto che i tumori che determinano più trombi sono quelli al polmone e al pancreas.
Fonte: SanitàNews
Contraccettivi di terza generazione: aumentano i rischi cardiovascolari
La notizia arriva da uno studio italiano, condotto dai riceratori dell’ IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste – Unità di Ostetricia e Ginecologia, Dipartimento di Scienze Riproduttive e dello Sviluppo – in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche dell’Università di Udine e il Drexel University College of Medicine (Filadelfia).
La ricerca mette in evidenza che farmaci il cui principio attivo è dato da sostanze quali desogestrel e gestodene creano una condizione di infiammazione permanente che potrebbe favorire l’insorgere di malattie cardiovascolari e di tromboembolia venosa in soggetti a rischio con familiarità per tali patologie.
A oggi sono noti diversi marcatori biologici la cui presenza o elevata concentrazione andrebbero tenute in debito conto per l’attuazione di misure di prevenzione primaria. Tra i biomarcatori meglio caratterizzati in tal senso figurano la proteina C-reattiva (CRP) – una sostanza che segnala un’infiammazione di grado moderato, quasi sempre asintomatica e dunque difficilmente individuabile – e l’aminoacido omocisteina, di cui è ben nota l’associazione fra elevata concentrazione e il rischio di trombosi venosa, disturbi cardiovascolari e malattie del sistema nervoso centrale.
Lo studio, condotto su 277 giovani donne (77 delle quali assumevano questo tipo di contraccettivi), ha comportato il prelievo di un campione di sangue per quantificare le concentrazioni di CRP e omocisteina, confrontando i valori registrati nel gruppo di chi non faceva uso di contraccettivi, e di chi invece li stava assumendo da almeno due mesi. Significativi i risultati ottenuti: la concentrazione di CRP nelle donne che prendevano farmaci per impedire una gravidanza è risultata quattro volte maggiore rispetto alle donne nel campione di controllo. Più elevati sono apparsi anche i linfociti, cellule del sistema immunitario che con la loro presenza segnalano che è in atto una difesa da parte dell’organismo, quando non direttamente la presenza di uno stato di infiammazione.
Articolo di riferimento:
Cauci, Sabina; Di Santolo, Manuela; Culhane, Jennifer F.; Stel, Giuliana; Gonano, Fabio; Guaschino, Secondo, Effects of Third-Generation Oral Contraceptives on High-Sensitivity C-reactive Protein and Homocysteine in Young Women, Obstetrics & Gynecology, Vol. 111(4), April 2008, p. 857-864
Leggi l’articolo completo sulla piattaforma Ovid (solo per utenti dell’Università di Firenze)
Ischemia: evitata l’amputazione di una gamba grazie alle cellule staminali
Una donna con ischemia critica ha evitato l’amputazione della gamba grazie ad un autotrapianto di cellule staminali: l’intervento è stato eseguito al Centro di ricerca e formazione ad alta tecnologia nelle scienze biomediche dell’Università Cattolica di Campobasso.
L’uso delle cellule staminali, spiegano i medici della Cattolica di Campobasso, si giustifica nella speranza di far ‘rinascere’ almeno in parte i vasi, tanto da assicurare per quanto possibile una circolazione e quindi mantenere in vita l’arto in via di necrotizzazione. Le cellule sono state prelevate dal midollo osseo della paziente stessa.
La sperimentazione è stata eseguita in stretta collaborazione con l’Unità operativa di Oncoematologia, diretta da Sergio Storti; il Dipartimento immagini, diretto da Giuseppina Sallustio; il Dipartimento dei Laboratori, diretto da Bruno Zappacosta, e il Dipartimento di Anestesia e terapia intensiva, diretto da Marco Rossi.
Fonte: Adnkronos
Cardiologia: il metodo manuale si dimostra il più efficace nella rimozione delle placche
A sostenerlo è uno studio condotto dall’unita’ di cardiologia emodinamica dell’ospedale S. Carlo di Potenza, presentato al congresso mondiale di terapia cardiovascolare transcatetere, in corso a Washington: le tecniche manuali per rimuovere il materiale trombotico nei vasi del cuore sono le piu’ efficaci e meno costose.
La ricerca ha analizzato 232 casi di trombectomia nell’arco di 5 anni, comparando l’efficacia e l’efficienza dei diversi metodi impiegati per la rimozione del materiale ostruente i vasi coronarici in casi di sindromi coronariche acute e arrivando alla conclusione che la tecnica manuale, la più semplice e la meno costosa, sia anche la più efficace.
Fonte: Cybermed
Arterie aperte senza l’utilizzo di eparina: buoni risultati da uno studio italiano
La procedura di apertura di arterie occluse può essere effettuata in sicurezza, in alcuni casi, anche senza l’utilizzo dell’eparina come farmaco anti-coagulante, riducendo così il rischio di emorragie eccessive. A sostenerlo è un report redatto da cardiochirurghi dell’università di Torino e pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology.
La selezione dei pazienti è stata quanto mai scrupolosa: i 700 pazienti scelti per il trial, infatti, non correvano rischio immediato di arresto cardiaco, avevano un solo blocco a livello arterioso e avevano già assunto altri farmaci anticoagulanti, quali aspirine e tienopiridine.
L’incidenza di danni al cuore ed eventi emorragici è stata più bassa nel gruppo di coloro che non avevano assunto eparina, e minori anche i rischi di morte, attacco cardiaco o di problemi ai vasi sanguigni; i ricercatori hanno comunque preferito mantenere un atteggiamento di prudenza.
Articolo di riferimento:
Eugenio Stabile, Wail Nammas, Luigi Salemme, Giovanni Sorropago, Angelo Cioppa, Tullio Tesorio, Vittorio Ambrosini, Esther Campopiano, Gregory Popusoi, Giuseppe Biondi Zoccai, Paolo Rubino, The CIAO (Coronary Interventions Antiplatelet-based Only) Study: A Randomized Study Comparing Standard Anticoagulation Regimen to Absence of Anticoagulation for Elective Percutaneous Coronary Intervention, Journal of the American College of Cardiology, Vol. 52, Issue 16, p. 1293-1298
Leggi l’articolo completo (solo per utenti dell’Università di FIrenze)
Fonte: Medicinet.com
Acidi grassi n-3: una soluzione italiana allo scompenso cardiaco
Lo studio, condotto da ricercatori del Gissi-HF, coordinatori dai prof. Luigi Tavazzi e Gianni Tognoni, che ha coinvolto 357 reparti di cardiologia e oltre 7 mila pazienti, ha dimostrato che l’assunzione di un grammo al giorno di acidi grassi n-3 (Pufa) per quasi 4 anni, ha consentito nei pazienti monitorati una riduzione del rischio relativo di mortalita’ del 9%.
Lo studio, presentato al congresso di Monaco della Società europea di Cardiologia, è stato condotto sulla base di due trial indipendenti ma complementari con l’obiettivo di valutare due nuovi trattamenti per lo scompenso cardiaco: gli acidi grassi polinsaturi (n-3 PUFA) e la rosuvastatina (risultata non efficace).
Fonte: Cybermed